VICE – 1965

GALLERIE DI ROMA
Paolina Vi espone Peppino Piccoli; ma piuttosto che mostrare bozzetti lii scenografia relativi alla sua professione, preferisce allineare nature morte, paesi e nudi, pitture di una fresca e soda realtà. Potrebbe dirsi, però, che la sediMentata preferenza per gli effetti spaziali giuoca anche qui un suo ruolo, perchè lo spazio, anche quando sommariamente indicato e non proposto per il ruolo di protagonista, ha una sua brava ariosità di impostazione, una sicurezza di taglio che rapide pennellate profilano nella misura e nelle direzioni che subito appaiono necessarie: ‘contro le quali l’oggetto, di qualunque natura esso sia, acquista una corposità piena e matura. insieme ad una vivezza di effetti cromatici e ad un indugio di luce per il quale esso, l’oggetto, vive. Bilico Coerenti nella ricerca che le sostiene eppure diversamente interessanti, le sculture ferrigne ed aspre di Stelvio Botta propongo-no una interessante tematica. Può darsi che le sue forme, costruite per lo più con profilati di ferro e di ottone, ricordino in una ge-nerale impostazione di verticalità la figura umana; ma quel che più interessa è la proposta che parte dai mezzi di espressione: i quali, o cercano, talvolta, di indagare
la tridimensionalità della, struttura. nel groviglio delle sue interne, impensate componenti; oppure, talaltra, scelgono nella materia un ausilio più gradevolmente assunto che si articola su piani verticalizzati, riconducendoli ad una semplificata struttura di ascendenza neo-plastica, nella quale la materia, con il colore bruciato ad arcobaleno dalla fiamma ossidrica, acquista consapevole collocazione.

e stagioni sono buone per un « naif »: il candore di questi pittori, infatti, li esime dal testimoniare le bufere del mondo: nella loro coralità non si proietta che il linguaggio dimesso del proprio io e il discorso appare sempre privato e familiare: come per il giardiniere inglese Harry Harmes. Il suo mondo è fittamente popolato dai suoi si-mili, che poi sembrano continua-mente sospinti da impegni che -ne vietano la sosta. Il loro passo è lieve e agile il gioco dei bambini, sghemba la veduta, pulito e un po’ freddo il colore, ma in luogo di letizia, queste vedute fittamen-te e ingenuamente popolate danno un sottile senso di ossessione, di fatica, come se si trattasse di cavie da esperimenti che si dibattono in scatole senza uscita.
Penelope Prima di questa mostra, le opere più recenti di Giuseppe Zigaina ce lo presentavano sofferma-to ad indagare rapporti di naturalistica sostanza particolarmente succosi dal punto di vista cromatico, forse evasivi, in parte, e for-se anche necessari a stabilire rinnovati interessi nei riguardi del segno e della luce. Tali ricerche debbono, ora, essere approdate agli oli e alla grafica qui esposte. Se la forma lievita in uno spazio, adesso, apparentemente indistinto, è perché pochi segni essenziali ne tracciano le traiettorie e le possibilità di precipitazione dinamica (più forse in un ordine sentimentale che compositivo), e perchè la luce ha affinato le proprie virtù evocative, alleandole con quella sensibilità del colore e dei suoi impasti che è tipica. mente veneta (e che, come dice il pittore, è un modo di guardare e di vedere, dei veneti, da sempre) e che investe con intrepida volontà le forme fine a trafiggerle. Non tutte le opere recenti, presenti in galleria, dimostrano resultati di una stessa, coerente tensione, ma in certune la ricerca talvolta si disperde in rivoli contraddittori: negli esempi migliori, però, e nelle sequenze grafiche, nulla • si sottrae al pressante interesse di una appassionata ricerca.

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